28 Agosto 2026
Arbëria

Variazioni su noie vetuste

di

Ettore Marino

Premessa. L’innamorato che corteggi col canto una fanciulla sorda si destina a cantare finché morte lo liberi. Quando l’innamorato non è un singolo, bensì un collegium aperto a nuovi adepti, il canto si fa eterno, e la noia grottesca. Deridere chi ama è villania malvagia; tentar di aprire gli occhi a chi ama vanamente, è atto soccorrevole, benevolenza da fratello. Se il collegium, però, si mostra sordo anch’esso ai consigli della disillusione, può accadere che il soccorrevole fratello prenda a tornare alla carica ogni volta che può, giustapponendo noia a noia.

Variazione prima. Vissuto tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, Ateneo di Naucrati, in un passo del XIV libro de I sapienti a banchetto, breve e secco narrò una vicenda assai succosa. Lo traduco per voi: “Greci in origine, i Posidoniati del golfo tirrenico imbarbarirono, divennero Tirreni, divennero Romani, mutata la lingua e i restanti costumi. Celebrano però ancora una ricorrenza greca, durante la quale si riuniscono a ricordare antichi nomi e antiche usanze; infine, tra lamenti reciproci e pianti, vanno via.”

Circa diciassette secoli dopo, Costantino Kavafis, ispirato da quelle parole, mise al mondo una lirica che, intitolata Posidoniati, tradussi come segue: “Hanno scordato il greco gli abitanti / di Posidonia, misti ormai da secoli / a Tirreni, a Latini, ad altre genti. / La sola eredità che gli restava / era un’assai acconcia festa greca / con lire e flauti e gare e corone. / La fine della festa li vedeva / favoleggiare delle antiche usanze / e affannarsi a sgranare nomi greci / che veramente in pochi comprendevano.”

Variazione seconda. Ad ampi intervalli irregolari, Demetrio Di Martino suole condurre la monella sua Musa sul palco del Festival della canzone arbëreshe. Nel 2022 vi presentò Kat e Qiç (Secchio e Chiave, ovvero Te ne devi fottere!): suoi il testo, la musica, la voce. Ne ripropongo una già divulgata mia traduzione in italiano. Perché tutto sia chiaro, però, occorre premettere che: gli Arbëreshë chiamano “latini” (lëtinj) gli italici che li attorniano; “latinamente” è detto parlare chi non parla albanese; “latine” quindi le parole, dialettali ma anche italiane, irrotte nel sempre più sparuto corpo della arbërishte. Si aggiunga che il titolo (Kat e Qiç, che è pure verso ricorrente), quasi omofono e in alcuni borghi omofono appieno di Ke t’e qish, gioca sul malandrino introducibile equivoco tra “Secchio e Chiave” e “Te ne devi fottere!” Perciò lo resi come riportato. Ecco la traduzione: “Venite da lontano al Festival canoro, / sfornate lagne squallide, ignare di decoro; / ma ne siete contenti, gonfiarcele vi piace, / organetti e mandòle sfiancando senza pace! // Ripetete alla nausea eterni piagnistei: / una parola albanica, latine cinque o sei; / vestite all’albanese per una tarantella: / oh, giusta tradizione, al cuore grata e bella! // E quando vi fermate, vi sorride e v’abbraccia / tutta l’intellighenzia che l’Arbëria procaccia! / Dormite ora sereni. Già scrivono i giornali: / Grande successo di spettacoli tradizionali! // Vidi attori drammatici, dal volto austero e truce, / papparsi i quattro spiccioli che la Provincia scuce. / E a noi cosa raccontano? Ci gettano il malocchio? / Noi nulla ne sappiamo: / io canto, e me ne fotto! / Se malocchio non gettano / e invitano alla pace, / noi resteremo qui quanto ci piace! // Io canto, e me ne fotto! / Se malocchio non gettano / e invitano alla pace, / noi resteremo qui quanto ci piace! // Vi duole per il borgo, bramate il vicinato, / ma vivete a Cosenza, e il borgo è abbandonato. / Dici: “Là c’è più vita, i modi son più fini…”, / padre artista albanissimo… di figlioli latini! // Chi è acuto scrive un libro di pagine copiate, / zeppo di storie rancide, ricolmo di stronzate. / Se gli chiedi “Ma dove le scovasti?”, s’incazza; / meglio è lasciarlo perdere: / cantiamo, punto e basta! / Che il malocchio ci gettino / o invitino alla pace, / noi resteremo qui quanto ci piace! // Cantiamo, e ce ne fotte! / Che il malocchio ci gettino / o invitino alla pace, / noi resteremo qui quanto ci piace! // “Ma davvero vi garbano” voglio chiedervi alfine / “codeste tarantelle totalmente latine?” / Stupidità che valgono men d’un quattrino il becco: / è morta l’Arbëria: l’arbëresh ha il seme secco!

Morale. La arbërishte, e cioè la lingua degli italoalbanesi, vive e agonizza presso tre tipi umani. I suoi studiosi ne incarnano il primo. Ad essi se ne deve la plastica organica vera conoscenza, ad essi la filologicamente inappuntabile edizione (Rubbettino in ispecie) dei suoi monumenti letterari. Sono essi ad amare, essi a bramare amore in cambio. E qual è mai la donna che riamarli dovrebbe? È il gruppo dei parlanti, in blocco e uno per uno: quel gruppo dei parlanti nei quali si identifica il secondo degli annunciati tipi umani; quel gruppo dei parlanti che appagherebbe gli studiosi albanizzando, o rialbanizzando, la propria favella. Qui tornerò a ripetermi, qui tornerò a spargere noia. I doveri del giorno, le ansie delle ore d’ansia, i diletti dell’ore di pace, fanno sì che agli Arbëreshë non prema affatto di tornare in possesso e di usare la lingua che pur li definisce. Essi sentono congrua una arbërishte sempre meno arbëreshe; ogni termine albanico morto è rimpiazzato da uno italiano; per chi mai lo volesse, tentar di adoperare una arbërishte appena un po’ più pura troverebbe ad ostacolo la sadica reazione dell’interlocutore e, a monte, del gruppo intero: giacché nessuno gode a patire dileggio, ogni arbëresh preferirebbe farsi cavare tutti i denti senza anestesia al pronunciare una sola parola che rischierebbe di restare incompresa e che, compresa o meno, attirerebbe sull’incauto lazzi e risa umilianti. Ci si ricordi infine che nessuna lingua è la meccanica somma dei vocaboli suoi. L’ultimo dei tre gruppi è quello dei queruli santoni che, se ora e luogo consentono, lacrimano in quanto queruli la morte della tale o talaltra parola, cui ben si guarderebbero dall’infondere vita tornando a farne uso, mentre in quanto santoni gaudiosamente s’affaccendano a propinare questo o quell’elisir di giovinezza eterna al corpo intero d’una moribonda che rantola sempre più fioca.

Perorazione. Albanologi, fratelli miei maggiori, a voi qui parlo; e parlo pure a voi, generosi nocchieri delle gazzette albaniche, cartacee e digitali. L’opera vostra gode grazia più perenne del bronzo poiché sapienti ordinaste e fissaste su migliaia e migliaia di pagine ciò che sarebbe rimasto sparpagliato, e forse anche negletto, tra la polvere e il buio. Vedervi però sperare ancora che l’Arbëria prenda a parlare una arbërishte dignitosamente arbëreshe è come vedervi logorare gola e polpastrelli innanzi all’uscio di una amata che, stanca, dorma sodo, o curi le ultime incombenze domestiche, o gema e goda scopando con un altro.

Sorpresa. Pei borghi d’Arbëria vibra una bella novità: la RAI, proprio la RAI, ci offre spazio e speranza di eco: per radio e sugli schermi. Ciò che è e ciò che si vorrebbe che fosse s’intrecciano come giovani viticci bramosi d’azzurro, il parlar nostro si spande per dimore lontane, la leggiadria dei nostri borghi viene offerta con grazia maestra a ogni occhio che voglia goderne… Ma qui però mi chiedo: Ne verrà linfa alla arbërishte che si parli lontano dai microfoni e dal trasfigurante occhio della telecamera? oppure, a sipario calato, seguiterà la favella a interrarsi secondo il suo destino? È un punto d’interrogazione, che lascio lì come bronzeo suggello alla presente cicalata – il cui tema è però così sadicamente complesso da costringermi a scrivere ancora.

Appendice. Quella della futura morte della arbërishte parlata non è, ai miei occhi, profezia, bensì sentenza già segnata. Vivo ciò con dolore cupissimo, che volgo in gioco quanto più m’affrange. Ma se il prodigio si compisse; ma se il fiume tornasse a fluire copioso e limpido e gagliardo, lealmente ammetterò il mio errore, chiederò perdono tanto a chi avrà avuto fede quanto a chi avrà solo creduto o fatto credere di averla e, col capo ancora coperto di cenere, volteggerò entusiasta anch’io nella ridda gioiosa di una rifiorita albanità.