di
Ettore Marino
Esorto chi desiderasse leggere codesta seconda e ultima parte a farlo solo dopo aver attentamente riletto la prima.
Ce n’è da sdegnare ogni anima, e il Fo s’infoca d’uno sdegno umanissimo e santo – ma del tutto gratuito. Nel testo, infatti, che è una talora cruda ma pur sempre giocosa schermaglia tra corteggiante e corteggiata, una reale minaccia di violenza carnale la ravvisa egli solo[1]; ma poi e soprattutto perché la legge di Federico II (Consitutiones Regni Siciliae, dette anche Liber Augustalis[2] e vulgatamente chiamate ‘Costituzioni di Melfi’, Settembre 1231), ben lungi dall’istituire, e per i soli ricchi, il “diritto di stupro” (son parole del Fo), tentava in qualche modo di proteggere i musi, le spalle, gli averi e la dignità di ogni suddito, uomo o donna, ricco o povero, signore o vassallo, cristiano, ebreo o musulmano che fosse. Continua a leggere…